Il papà presente. Quali benefici VERSIONE 2.0
“Se non la finisci, lo dico a papà stasera!”. Ve la ricordate la fatidica frase che, se tuonava, ci lasciava tutti impietriti e in un secondo smettevamo di fare l’azione proibita!? Per fortuna il tempo del padre padrone è finito.
Questo è quanto s’apprende dagli studi di psicologia, ma sinceramente anche senza conoscenze scientifiche, si sa che ora i papà cercano un legame affettivo con i propri figli, piuttosto che viaggiare sul filo della paura tra castighi e urla al ritorno dal lavoro.
Ciò che pure appare altrettanto lampante è che anche i papà abbiano bisogno di sostegno in un momento di modifiche sostanziali degli assetti familiari. Un tempo i ruoli e le funzioni, tra mamma e papà, erano divisi più o meno equamente in un equilibrio che è durato secoli.
Oggi, invece tutto cambia radicalmente e velocemente e ciascun genitore affronta la sua genitorialità in modo molto personale.
C’è una cosa che è così da sempre: una madre trasforma tutta la sua esistenza nel momento in cui è a conoscenza di essere in attesa, intorno a lei, le figure care iniziano a sostenerla in modo commuovente ed ancestrale e, per carità, è giusto così, ma mentre la madre in modo gioioso, tra riti e liturgie, si prepara al ruolo, il papà non realizza (forse da subito) e comunque passa (quasi sempre) in secondo piano. Non c’è riconoscimento o supporto particolare. Come le madri, anche i papà però hanno paure, fantasie sul bambino, sogni sul divenire padri, timori di inadeguatezza, bisogni di condivisione e rassicurazione. Anche per loro, la nuova condizione di genitore esige cambiamenti nel senso di sé, nello stile di vita, nei ruoli sociali e nelle prospettive di coppia.
Ora, al di là della comprensione per la persona che diventa padre, c’è proprio la necessità di valutare questo aspetto psicologico a beneficio del nascituro: secondo alcune ricerche, la presenza di un padre fa la differenza nell’educazione e nella crescita di un figlio. A scriverlo sono quattro ricercatori che hanno pubblicato sulla rivista scandinava Acta Pediatrica i risultati di un’analisi. Gli studi presi in esame riguardavano circa 22.300 minori di età variabile. L’elemento monitorato è stato il “coinvolgimento paterno”, termine tecnico che definisce tre condizioni essenziali: convivenza del padre nella casa in cui vive il figlio, la partecipazione ad attività divertenti e stimolanti (gioco, lettura) e la responsabilità (garantire una qualità di vita al figlio attraverso l’attività lavorativa e l’assistenza necessaria nei momenti di bisogno).
Si è visto che il coinvolgimento paterno nella vita di un figlio diminuisce i problemi comportamentali in adolescenza e migliora il funzionamento sociale e relazionale sia durante l’infanzia che durante l’adolescenza e può inoltre garantire un migliore successo scolastico. Una presenza che fa la differenza, insomma! Inoltre, i maschi che beneficiano dalla presenza di un padre che abita con loro manifestando un comportamento meno aggressivo.
Per adolescenti, addirittura, che già hanno manifestato intensi livelli di comportamento antisociale, un alto coinvolgimento paterno gioca da fattore protettivo nei successivi uno, due anni. I risultati emersi non sono certo sorprendenti, anzi direi che erano pure abbondantemente immaginabili, ma mi è sembrato giusto dedicare questo mio blog al senso di responsabilità a cui un padre deve rispondere per il bene di suo figlio. Lo so, la classica scusa è: il lavoro mi prende e non riesco a dedicare tempo alla famiglia!
Mettere in equilibrio lavoro, famiglia e interessi personali è la vera chiave per far sì che la vita sia non solo vivibile, ma apprezzabile fatta di viaggi, di condivisione di gioia da vivere con le persone che si amano!
La presenza di un padre molto coinvolto fa la differenza, e questo ora lo sappiamo. Il punto è come arrivare a ottenere il coinvolgimento.
Far quadrare ogni cosa è sempre possibile.
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